Gianni Olivo

Sono nato a Torino nel 1950 e sono medico di professione. Moltissimi anni fa abbandonai la carriera ospedaliera, poco compatibile con la mia sete di indipendenza, e mi dedicai alla libera professione, cosa che mi ha sempre consentito di sparire per almeno due o tre mesi all’anno in Africa o in altri posti che mi affascinavano.

Fin da bambino, l'idea di scoprire ed esplorare posti remoti e misteriosi mi ha incantato, e così, durante le mie vacanze a Bardonecchia, erano le gallerie delle vecchie fortificazioni del Vallo alpino, così misteriose, così inquietanti, abbandonate e ricche di storia, a regalarmi l'avventura che sognavo, a volte con l’incoscienza tipica dei bambini che si credono immortali.

Poi vennero lo sci e l’alpinismo, ma erano l’Africa ed il Grande Nord, le mete che mi attiravano come calamite. Per quanto riguarda il Nord, ricordo in particolare una spedizione sulle tracce dell’orso polare, che intrapresi da solo, in compagnia di una donna Inuk, Aleeasuq, conduttrice del team di cani da slitta con cui arrivammo ben oltre l’isola di Ellesmere, sul mare ghiacciato. E poi, naturalmente, l’Africa. Già, l’Africa: un’amante esigente e capricciosa, che devi accettare per quello che è, con i suoi aspetti splendidi e quelli terribili, non certo quella dei documentari e del “Re leone”, ma che alla fine diventa una specie di droga.

La frequentai per 35 anni, nei suoi luoghi più remoti, imparai la lingua isiZulu di cui ho scritto e pubblicato una rudimentale grammatica, trascorsi lunghi periodi nel bush, sulle tracce degli animali ed in particolare dei “problem animals” (animali che hanno ucciso o ferito persone o che costituiscono una minaccia per i locali) e finii per coronare un altro sogno, quello di acquistare il mio pezzetto di quel Continente che mi era entrato nel sangue: Ingwe, la mia riserva naturale, là, che ora mi stanno portando via, era la mia medicina per l’anima, la mia seconda patria.

Un altro interesse sono sempre stati i serpenti ed in particolare quelli velenosi (venni morso da un black mamba e sopravvissi, tanto che ora quel serpente, disegnato sul muso del mio aereo, è il mio portafortuna).

Scrissi diversi libri, principalmente divulgativi (Serpenti, animali pericolosi dell’Africa, Tracce e segni degli animali africani, ed alcuni romanzi), ma poi l’Africa che amavo iniziò a cambiare, in peggio, e finirà per svanire, trasformata in qualcosa che non riconosco e non conosco più.

Ora, per fortuna, quello che mi ripaga della perdita e che mi regala quella libertà che assaporavo laggiù, è il volo. Volo spesso in montagna, e faccio lunghi raid (Capo Nord ecc.) e l’anno prossimo ho in programma il giro del mondo, via Siberia e rotta artica (Bering, Alaska, Canada, Baffin, Groenlandia, Islanda, Faroer), e a tale scopo sto per cambiare il mio amato aereo con uno più veloce e performante.

Finché un uomo sogna qualcosa di nuovo, diceva la mia nonna, non invecchia e resta bambino. E così sia! Speriamo!

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