"A l'é méj cariélo che ampinìlo" e altri modi di dire piemontesi dedicati al cibo

Molti proverbi e affermazioni appartenenti al dialetto piemontese hanno a che vedere con il tempo, con i vizi, con il cibo. Oggi ci soffermeremo su alcuni modi di dire che riguardano l'alimentazione.

Sicuramente, ognuno di noi vanta tra le sue conoscenze ed amicizie qualcuno che ha sempre fame.

Ci sono persone che mangiano come non ci fosse un domani. Soggetti per i quali l'alimentazione non è una semplice necessità o una fonte di sostentamento, ma rappresenta un vero e proprio piacere, che a volte sfocia in un vizio. Per di più, e questo assume l'aspetto di una provocazione verso chi è costretto a diete rigorose per non perdere peso, alcuni riescono a farlo senza ingrassare! 

Quello che è certo è che dove passano questi soggetti difficilmente resterà qualcosa di commestibile per altri...

Chissà, forse proprio a seguito dell'incontro con qualcuna di queste figure sarà nato il proverbio "A l'é mej vëstìlo che ampinìlo", letteralmente "meglio comprargli un vestito che riempirlo", ovvero si spende meno provvedendo all'acquisto di un abito piuttosto che invitandolo a pranzo, dove costui non raggiungerebbe mai la sazietà.

Diffusa anche la variante "A l'é méj cariélo che ampinìlo", che modifica di poco il significato, stando ad indicare una persona che mangia davvero tanto, più di quanto potrebbe caricarsi e trasportare.

Alberto Sordi

Ci sono molti altri detti piemontesi che hanno per oggetto il cibo. Uno, altrettanto noto, lascia immaginare un'alimentazione pantagruelica, ma non propriamente riferita ad un individuo, bensì ad una situazione: "pitòst che la ròba a vansa, ch'a chërpa la pansa" ovvero, piuttosto che la roba avanzi, meglio che crepi la pancia. Letteralmente, si faccia in modo che nulla vada sprecato, anche a costo di ingozzarsi a dismisura.

Un proverbio che trae origine da quando "si faceva la fame", una situazione che abbiamo dimenticato ma che era la regola per gran parte della popolazione fino a poche generazioni fa. In quei tempi avanzare qualcosa che l'indomani sarebbe potuto non esserci più era una situazione davvero impensabile, quasi un'offesa.

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Se invece si vuole descrivere qualcosa dal sapore sublime, si è soliti dire "A j'é da bërlichesse ij dij", che ben raffigura il gesto di leccarsi le dita quando si assaggia una portata molto buona.

Insomma, cibo e dialetto piemontese sembrano viaggiare sulla stessa linea d'onda, e lo stesso capita quando c'è da mettere un freno. Ricordatevi sempre, infatti, che "galin-a ingòrda a-j chërpa 'l gavass", ovverosia che alla gallina ingorda scoppia il collo. Che si sia esperti di dialetto o meno, l'indicazione di seguire una certa moderazione a tavola è sempre il consiglio migliore per preservare la salute.

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