8 luglio 1944. Poche munizioni, rotolano le pietre: è la vittoria partigiana di Balmafol

L'8 luglio 1944 la battaglia di Balmafol (nella foto di Silvano Gallino lo stato attuale dell'alpeggio) fu decisa dalle pietre. Fu infatti una scarica di macigni, spinti giù dai ripidi versanti, a permettere alla 28° brigata Walter Fontan di mettere in fuga il reparto fascista che intendeva annientare i partigiani dislocati sulla montagna bussolenese.

Quel giorno le camicie nere (28° battaglione "M.M") volevano serrare i partigiani della montagna bussolenese con una manovra a tenaglia, salendo sia da Balmafol, dove avrebbero incontrato il caposaldo dello schieramento partigiano, che dalle Combe, lungo l'itinerario Bussoleno-Chianocco-Molé- Strobiette.

La formazione partigiana invece era disposta a ferro di cavallo sulle pendici della Grand'Uia e lungo il vallone del torrente Prebec, mentre Balmafol era occupata dai distaccamenti "Leschiera" e "A.Rossero". La brigata aveva un armamento leggero ma era composta da membri temprati: una quindicina di uomini erano dislocati in zona Adoj, sopra Falcemagna, un'altra cinquantina a Balmafol.

Furono proprio le sentinelle dell'Adoj a scorgere, verso le 4.30 dell'8 luglio 1944, la prima avanzata fascista che si dirigeva a Balmafol, cercando di sorprendere la brigata. Quel giorno, a Bruzolo, alle 10 si sarebbe dovuto svolgere uno scambio di prigionieri tra tedeschi e partigiani. Era pertanto in corso una tregua d'armi e l'attacco fascista rappresentò un vero e proprio tradimento.

La colonna si trovava a breve distanza, circa 500 metri, dall'accampamento partigiano: anzichè utilizzare i consueti tre colpi di moschetto per dare l'allame, il gruppo avanzato preferì farsi precedere da una staffetta diretta a Balmafol per avvisare del pericolo, ripiegando al contempo verso il caposaldo. I partigiani si mossero rapidamente, abbandonando alle loro spalle le tende, che avrebbero rappresentato un inutile peso e rallentamento durate la ritirata.

Una volta giunti in vista delle tende partigiane abbandonate, i fascisti pensarono di aver sorpreso i partigiani nel sonno: immediata partì una sventagliata di raffiche di mitra. Sotto quel fuoco, tuttavia, rimasero soltanto brandelli di tenda: la retroguardia del gruppo mobile stava infatti raggiungendo il caposaldo di Balmafol. I fascisti capirono così di essere stati tratti in inganno.

Non c'era comunque tempo da perdere: agli ordini del comandante Falco (Alessandro Ciamei, un ex tenente originario di Faenza), i partigiani dovevano fronteggiare l'attacco di un battaglione ben armato in soli 60 uomini, dotati di fucili antiquati, qualche mitragliatore e poche munizioni, che avrebbero consentito un combattimento limitato nel tempo.

La battaglia di Balmafol raccontata dal comandante Falco

La battaglia di Balmafol raccontata dal comandante Falco. Testimonianza raccolta dall'ANPI.

 

Mentre il comandante Falco ed i suoi studiavano il piano per fermare l'avanzata nemica, probabilmente per il gran coinvolgimento emotivo dal fucile di un giovane partigiano partì inavvertitamente un colpo, che dette il via allo scontro. Subito nel vallone si diffuse l'eco degli spari ed i fascisti, continuando a sparare, si rifugiarono nei vallonetti sostostanti.

L'intenzione dei partigiani era di rimanere al sicuro rinviando la fuga alla sera, quando le tenebre avrebbero reso più facile lo sganciamento. Ma erano soltanto le 10 del mattino, ed i partigiani dovevano comunque rispondere ai colpi ricevuti: così facendo avrebbero eroso la già contenuta disposizione di munizioni e prima dell'imbrunire si sarebbero trovati disarmati.

Fu l'ingegno del figlio di un margaro, non avvezzo all'uso delle armi ma molto pratico, a suggerire la soluzione migliore per risparmiare colpi senza allentare la guardia: far rotolare dei macigni addosso ai nemiciI fascisti, spaventati dal boato, uscirono allo scoperto per capire cosa stava succedendo e, investiti dal violento fuoco dei partigiani e minacciati dai macigni, si diedero alla fuga, abbandonando armi, munizioni ed equipaggiamento, inseguiti dal fuoco delle mitragliatrici.

Intanto, la seconda colonna di attaccanti, ignara della sorte dei propri camerati, continuava la salita verso le Combe, dove una ventina di partigiani li attendeva per respingere l'attacco. La battaglia delle Combe durò 4 ore, supportata dal sopraggiungere dei partigiani di Balmafol, che avevano nel frattempo raggiunto i compagni con armi automatiche a lunga gittata.

Borgone Susa, ultimi giorni dell'aprile 1945. In posa una parte del distaccamento di partigiani sovietici che ha combattuto nella 42ª Brigata della 3ª Divisione Garibaldi. Tra loro il comandante della brigata, Alessandro Ciamei (Falco, ultimo seduto sulla destra)

Borgone Susa, ultimi giorni dell'aprile 1945. In posa una parte del distaccamento di partigiani sovietici che ha combattuto nella 42ª Brigata della 3ª Divisione Garibaldi. Tra loro il comandante della brigata, Alessandro Ciamei (Falco), ultimo seduto sulla destra (Archivi della resistenza e del '900 - Archivio Istoreto)

 

A fine giornata, sui campi di battaglia, si fece la conta delle perdite. Due morti e tre feriti per i partigiani; ben più grave il bilancio sul fronte fascista: 18 morti, due prigionieri ed una quarantina di feriti a Balmafol, tre morti e qualche ferito alle Combe.

Messi a tacere gli spari, sulla montagna già si alzava un coro di voci: leggenda vuole che già la sera stessa si sentissero risuonare sui monti le prime strofe di una canzone composta in onore della battaglia vittoriosa, la canzone di Balmafol. Uno dei versi recita: "Canta a morte la mitraglia, gìù macigni a rotolon; dàgli addosso alla gentaglia, trema tutto il gran vallon. I fascisti sbaragliati già si vedono scappar; son malconci e malmenati, più non v'è per lor ripar".

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