Anni ‘70, quando Foresto era il tempio dell’arrampicata libera

Foresto (Forest in piemontese) è una frazione di Bussoleno che deve buona parte della sua fama allo spettacolare orrido che prende il suo nome, una gola molto stretta e lunga dove scorre al centro il rio Rocciamelone.

La frazione oggi è un punto di partenza per interessanti camminate escursionistiche che puntano verso il monte Rocciamelone, vi si trovano anche la palestra di roccia e la via ferrata per gli appassionati di tale sport.

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Molto piacevole risulta il sentiero dei ginepri, facile escursione che fa il giro della montagna che sovrasta le case e che si trova sul percorso storico della Via Francigena, proveniente da Susa e diretta a Bussoleno, corrispondente all’attuale via San Rocco.

In questo breve articolo Valter Fascio racconta come Foresto e le sue spettacolari falesie negli anni ’70 e fino alla metà degli anni ’80 siano stati la patria del movimento del “Nuovo mattino”, all’inseguimento del mito californiano, luogo-laboratorio culturale e sociale di nuove discipline, oltreché il tempio riconosciuto dell’arrampicata libera italiana.

Libri Foresto
 

Una testimonianza di ricerca spirituale

di Valter Fascio

Queste falesie sospese tra terra e cielo, come diceva Gaston Rebuffat, non sono un regalo solo per la qualità della roccia, bensì un luogo dove gli elementi della natura e del paesaggio si fondono in una perfezione che non lascia i frequentatori indifferenti. In quel tempo Andrea Chiampo – il mio compagno di allora – ed io siamo saliti su di esse tantissime volte, eppure sempre ogni volta ci siamo stupiti della potenza evocativa di questo luogo.

Finito di studiare, nei ritagli di tempo del liceo, si partiva in auto da Torino per raggiungere le sue falesie, si mitizzava il luogo fantasticandone le imprese dei grandi climbers considerati fratelli maggiori, incanalando le passioni in quel movimento che il grande alpinista Gian Piero Motti aveva definito nei ‘70 il Nuovo mattino. Noi, più giovani, si emulava i personaggi più famosi, e i primi big residenti in Val di Susa: Galante (che abitava proprio a Bussoleno), Luzi, Bernardi, Grassi, i fratelli Bechaud… e tanti altri nomi importanti dell’arrampicata, quali appunto Motti e Bonelli.

Free climbing, un neologismo allora, una disciplina nuova che si stava diffondendo molto velocemente a macchia d’olio, e che oltre all’arrampicata voleva significare filosoficamente un viaggio iniziatico alla vita. Sull’onda lunga del ’68 e dello sviluppo di un nuovo spirito critico che coinvolse e sconvolse anche il mondo chiuso dell’alpinismo (anch’esso formato da lavoratori, studenti, intellettuali), salire a Foresto era – diversamente da oggi – anche un modo per sdoganarsi dal rigido ambiente sociale torinese, da tutte quelle strutture accademiche un po’ polverose che ci avevano accompagnato per il periodo della nostra adolescenza.

Valter Fascio

Valter Fascio.

 

In un giorno di giugno dei primi ’80, i big si trovarono tutti quanti ad arrampicare all’orrido di Foresto in occasione della visita di climbers di oltre frontiera, e Foresto da quel momento, tout court, divenne il luogo cult per antonomasia dell’arrampicata libera. Quel giorno d’estate noi ragazzi diciotto-ventenni stavamo lì dietro a loro, tenendo il naso all’insù, per assistere alle evoluzioni acrobatiche sulle vie più difficili e carpirne i segreti.

Proprio quel giorno il free climber francese, enfant prodige, Patrick Berhault salì in libera la mitica Via dei Nani Verdi, una via aperta dal grande alpinista Danilo Galante che fino a quel momento era considerata assolutamente insuperabile senza l’aiuto dei chiodi, con la corda usata solo come protezione.

Questa era l’arrampicata alla francese che sotto i nostri occhi, per la prima volta, si vide in Italia, nella minuscola frazione di Bussoleno. Per “colpa” di Foresto (per modo di dire), da quel giorno un intero vecchio mondo andò letteralmente in frantumi.

Il passo successivo fu comunque, nuovamente, abbastanza breve. Di lì a poco, il 5 luglio 1985, il free climbing era già mutato, diventato inesorabilmente uno sport, arrampicata sportiva, con il primo evento competitivo internazionale (Sportroccia), nato e organizzato in Val di Susa, con tutti i suoi strascichi sportivi connessi.

Foresto segnò, dunque, senza dubbio, lo spartiacque tra l’arrampicata libera fine a se stessa e l’arrampicata sportiva con finalità ormai competitive. Dall’esperienza individualista talvolta anche solitaria a metà degli ’80 si era inesorabilmente passati allo sport di massa. Ma qualcosa era cambiato soprattutto nello spirito: non si trattava più di assecondare riti giovanili del naturale passaggio dalla spensieratezza dell’adolescenza all’impegno dell’età adulta (...).

L'orrido di Foresto negli anni 70

A Foresto per molti iniziò un cammino meraviglioso che proseguirà nella loro vita, e come ha scritto il grande poeta Antonio Machado “viandanti o pellegrini la strada la si trova solo andando…” La mia dura tuttora. Perché fu grazie a Foresto che proseguì dentro la mia via personale.

Forse servì anche ai tanti per liberarsi delle stesse prigioni ideologiche – io sono poi ritornato all’alpinismo classico, matrice natia – oppure semplicemente a ricercarne altre diverse e nuove. Ho fatto anche diversi cammini dei pellegrini in abito medievale. Cime incantate e valloni solitari mi hanno comunque ancora guidato nella ricerca di altri misteri infiniti.

Alla fine degli anni ’80 la mia ricerca spirituale, diventata religiosa, mi ha portato alla Sacra di San Michele al cospetto dei Rosminiani accolto da Padre Andrea Alotto, poi nel duemila ho proseguito fino a giungere alla soglia dei sessant’anni per accasarmi definitivamente altrove, come confratello laico nella congregazione benedettina.

Foresto, nella memoria, resta ancora quel Tempio dell’arrampicata dove era possibile fare esperienza totale attraverso il lento salire, che diventa fondamentale oggi, metafora anche per l’uomo post moderno, un mezzo certo, benché non il fine della vita.

Quel viaggio alla ricerca della libertà o della verità (fate voi) – le vie di arrampicata giovanili e talvolta le lunghe, solitarie, estreme salite nel Tempio di Foresto – in fondo, allora hanno davvero rappresentato qualcosa di un percorso monastico.

Bibliografia essenziale

A. Gogna. Cento nuovi mattini, Zanichelli, 1981

A. Gogna. Rock story, Edizioni Melograno, 1984


Continua al leggere sul sito Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti (Valter Fascio).

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