Come nasce una strega. Una storia di erbe, impiastri e dicerie

Guetò (Agata) girava la polenta. Assieme ai girasoli, raccolti nei prati e ai bordi dei campi, costituiva la lauta cena per il suo Tselestin (Celestino).

Figli non ne avevano. Semplicemente non ne erano venuti, nonostante decotti, tisane e impiastri vari che lei si preparava. E dire che Guetò le erbe le conosceva bene, era ritenuta un'esperta in tutto il circondario. Nei paesi vicini aveva fama di essere una guaritrice. Negli anni aveva suppurato ferite, raddrizzato ossa, curato tossi e febbri di adulti e bambini. Da molti era considerata una maga, ma nell'eccezione migliore del termine.

Alcuni malpensanti, però, la ritenevano una strega. Dicerie che con il passare del tempo le costarono l'accusa di eretica. 

Uno zelante frate Inquisitore si era messo sulle sue tracce: aveva raccolto testimonianze in uno spesso faldone, sostenute dalla delazione di qualche compaesano geloso o insoddisfatto delle sue cure.

Il religioso, ora, stava pranzando alla locanda del luogo. Lasciò qualche soldo alzandosi. Si deterse la bocca con la manica del saio e si avviò all'uscita. Gli altri avventori fingendo, chi di spolpare un cosciotto di cinghiale, chi di versarsi o tracannare il vino, da un bicchiere di coccio, lo seguivano sottecchi: l'uomo di Dio incuteva soggezione.

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Si vociferava fosse un Domenicano. Il suo cavallo era bardato con una gualdrappa che recava lo stemma papale.

Più di una donna confessò al monaco di aver visto Guetò fare sacrifici di frattaglie di animali: poco importava se era stato alla vigilia di San Vincenzo e lei, come altre massaie del paese, aveva dovuto preparare le frittelle di cervella e i filoni per accompagnare la frittura di semola dolce.

Altri l'avevano vista danzare con il maligno: era stata quella sera in cui un ascesso a un molare la tormentava e non riusciva a stare ferma. Era uscita all'aperto, muovendosi scompostamente in attesa che l'impacco di malve facesse effetto.

C'era poi quel contadino, ubriaco da mattina a sera, pronto a giurare che, poche notti prima, si era mutata in un gatto nero.

Coloro che da lei avevano ricevuto del bene non si fecero trovare, se non in due o tre. D'altra parte quello era il tempo della fienagione! Poi c'erano le viti da accudire, le mucche da governare su negli alti alpeggi.

Era proprio un caso di eresia: il frate ne era convinto.

Stralciò anche i testimoni a favore: troppo pochi e poi chissà, a ben indagare su loro, visto mai che spuntava fuori qualche altra strega o qualche stregone.

La sentenza era già scritta, ma il processo andava lo stesso celebrato.

Fece incatenare e condurre al suo cospetto, perché si pentisse e confessasse, Guetò. Un po' di olio bollente, sotto la pianta dei piedi, sarebbe bastato: lui non aveva tempo da perdere. Altri luoghi lo attendevano per essere purificati dal maligno.

Campane a distesa, il banditore annunciava che giustizia era fatta: Guetò al rogo, all'imbrunire, su un'alta catasta di fascine, perché fosse da monito a tutti i peccatori.

Giaglione, vecchio balcone in frazione San Giovanni

Giaglione, vecchio balcone in frazione San Giovanni.

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