I Marrons del Moncenisio: una storia lunga oltre dieci secoli

Valicare il Moncenisio fino al XIX secolo non è esente da pericoli. Nella breve estate alpina le difficoltà sono limitate alle disagevoli condizioni della mulattiera, in alcuni punti a strapiombo, dissestata dalle intemperie e dal frequente passaggio di muli e cavalli, ma in inverno a questo si assomma il timore di essere sorpresi dalla tormenta e dalle valanghe.

Occorre allora assoldare i Marrons, guide ante litteram o portatori, in genere gli uomini più validi dei villaggi prossimi al valico. Dietro compenso, i marrons mettono la conoscenza della montagna al servizio dei viaggiatori, allertandoli e aiutandoli nei punti più impervi e ghiacciati, guidandoli ai luoghi di sosta, dissuadendoli dall'idea di partire o proseguire se le condizioni atmosferiche diventano proibitive, riconoscendo i tratti di strada esposti al rischio di valanghe.

La loro abilità garantisce alti livelli di utilizzazione del valico anche nei mesi invernali. Calzano scarpe senza tacco, con la suola ricoperta da uno strato di cera impermeabilizzante su cui vengono attaccate graffe di ferro: una specie di primitivi ramponi che garantiscono una presa sicura nei punti più ghiacciati. All'occorrenza guidano, nella discesa, le slitte in luogo dei muli, che le trascinano sul pianoro del Cenisio, riuscendo a coprire la distanza fra la Ramasse e Lanslebourg in circa nove minuti.

Nel X secolo Odillo de Cluny afferma, nella sua Vita di S. Giraldi, che siano detti “Marrucci” e così li descrive: guidano i viaggiatori per pendii scoscesi “facendo loro innanzi la pesta e anche portandoli a braccia o a cavalluccio”.

Il vocabolo Marron lo si fa arrivare dal biellese: una persona che si sottopone a duri servizi. Si afferma poi il termine Marronage: vocabolo del patois savoiardo e valdostano riferito alla professione di guidare i viaggiatori con muli, slitte, portantine o bussole, a seconda della stagione. Adatti a dure fatiche, vere bestie da soma, non solo le guide di Lanslebourg, di Novalesa e di Ferrera vengono chiamate Marrons, ma anche quelle di Saint Germain de Séez per il Piccolo San Bernardo e quelle valdostane di Etroubles e di Saint -Rhémy per il Gran San Bernardo.

A seconda della stagione e delle possibilità economiche l'attraversamento avviene con modalità diverse: a piedi, in cadrega (una rudimentale portantina in legno o vimini che i marrons reggono sulle spalle o aiutandosi con cinghie di cuoio) o su fragili ramazze o ramasse, rustiche slitte in vimini a fondo piatto. Ne dà un'accurata descrizione l'Abate Giovannni Rucellai, che fa parte della delegazione toscana inviata a Parigi con l'incarico di presentare a Luigi XIII le condoglianze per la morte della madre, Maria De Medici, avvenuta il 3 luglio 1642: Piccole sedie basse fermate sopra due legni che per la parte dinnanzi alzano le punte a l'insù come le trezze e le slitte: a questi sono adatti due legni di due braccia e non troppo grossi, i quali servono per guida, tenendoli in mano il marrone mentre cammina, ed aggravando or l'uno or l'altro per sostenere e voltare la ramazza; e quando con maggiore velocità vuol essere guidato il passeggero fa porre a sedere a' suoi piedi il marrone, e lascia precipitare a benefizio di natura la ramazza. Ma con i piedi stessi il marrone, ancor sedendo e calcolando la neve, fa voltar e la trattiene”.

"Cadrega" (a sinistra) e "ramasse" in due incisioni d'epoca

"Cadrega" (a sinistra) e "ramasse" in due incisioni d'epoca. 

 

Ancora in quegli anni, ma soprattutto negli antecedenti, sia pellegrini che viaggiatori facevano testamento prima di affrontare la montagna, e i Marrons avevano l'incombenza di guidare “bona fide et sine fraude personas et res”, ossia dovevano essere persone oneste. Non sempre però era così, e le testimonianze dei tanti viaggiatori ce ne restituiscono un'immagine ambivalente: selvaggi sia nei modi che nell'aspetto, abili e resistenti ai disagi della montagna ma anche venali e disonesti nel concludere gli accordi, a volte vessando i viaggiatori con la richiesta continua di sovrapprezzi. Rabelais, sceso varie volte a Roma, nel suo Pantagruel del 1532 accomuna i Marrons ai grandi uccelli rapaci delle alte vette.

Il peso di chi si fa portare, sia uomo che donna, è valutato per stabilire il numero di coppie di portatori che devono darsi il cambio durante il tragitto, e di conseguenza la somma da pagare.

Nel 1684, ll Burattino Veridico (una famosa guida, una specie di Michelin dell'epoca, stampata a Roma), riporta nel tariffario la cifra di tre scudi di monete di Francia per quattro Marroni. Chi poi si vuole fare trascinare solamente per la “scesa della montagna” e servirsi dei muli per la salita, paga solo uno scudo fino a Lanslebourg.

Durante il XVI secolo il Moncenisio diventa il più importante valico di tutte le Alpi Occidentali, sovrastando totalmente il Monginevro. Il crescente diffondersi delle carrozze fa la fortuna di Novalesa, che diviene una tappa d'obbligo per chi valica il colle: qui la strada, praticabile dalle vetture, termina in una mulattiera, e le carrozze devono essere smontate e trasportate a dorso di mulo, o rimontate per chi giunge dalla Savoia e le ha smontate a Lanslebourg. Nel paese dunque obbligatoriamente si pernotta e si passa la dogana: sono presenti 42 osterie, diverse case adatte a ospitare viaggiatori, stalle, muli, centinaia fra sedie, portantine e slitte.

I cavalli possono essere montati dove la mulattiera è sicura, e vengono condotti a mano dai Marrons nei tratti più impervi, insieme ai muli che trasportano i bagagli. I servitori seguono a dorso di muli, noleggiati, o a piedi nei tratti più pericolosi.

Il Cardinale Guido Bentivoglio, Nunzio Apostolico a Parigi dal 1616 al 1621, in due lettere in cui racconta di due passaggi al Moncenisio, avvenuti negli inverni di quegli anni, definisce i Marrons “alti per lo più di statura, vigorosi e agili... ma inculti e rozzi… hanno più del selvaggio che dell'umano.” Nel 1631 Abramo Golnitz, autore dell'Ulysses Belgico Gallicus, un'opera oggi rarissima, uscita dalla celebre Officina Elzeviriana, dichiara di non essersi affidato ai Marrons perchè poco raccomandabili.

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Un giro di vite alle presunte o vere speculazioni dei Marrons viene posto nel 1724 con l'emanazione sabauda di una serie di disposizioni volte a regolarne l'attività: soprattutto prezzi e modalità di transito. Il regolamento non incontra il favore di uomini che traggono da quella attività la principale, se non unica, fonte di guadagno. Il 28 marzo 1750 le comunità di Novalesa, Ferrera e Lanslebourg inviano a Vittorio Amedeo II una supplica per rivedere le norme.

Sono parzialmente accontentate solo nel 1773, ma gli abitanti di questi tre borghi con quelli di Lanslevillard, Termignon, Sollieres e Bramans, che esercitano il mestiere di “pedone, mulattiere, portantino, o conducente di slitte, o sieno leze” entro otto giorni devono fornire ai Direttori del passaggio generalità, età e numero dei muli, distinguendo quelli da basto da quelli da sella.

Due sono i Direttori: uno a Novalesa e l'altro a Lanslebourg, annotano su appositi registri le dichiarazioni dei Marrons e non possono ammettere al lavoro nessuno al di sotto di 18 anni e superiore ai 60. In futuro chiunque vorrà iniziare l'attività dovrà registrarsi presso loro e chiunque vorrà cessarla dovrà comunicarlo per essere cancellato dal registro.

Novalesa è sempre più impegnata nei traffici derivanti dal Moncenisio, pur essendosi ridotto il numero di bestie da soma: sono conteggiati 25 muli e 25 somarelli. Ogni mulo può guadagnare 20 lire giornaliere e vari mulattieri di Lanslebourg operano sfruttando questa carenza di animali. Il grosso del guadagno, nel paese, è quello dei portantini: circa 2000 lire annue.

Ferrera ha solo 105 abitanti ma ben 25 muli. La maggior parte degli uomini validi, come a Novalesa, per gran parte dell'anno fa i “portantini” da Lanslebourg a Novalesa e viceversa, spingendosi ogni tanto fino a Torino. Il ricavato è notevole: 6387 lire annue per i muli e 750 per i portantini. I redditi dei due paesi sono notevolmente superiori a quelli delle comunità circostanti e della stessa Susa.

Con la strada napoleonica le carrozze non devono più essere smontate a Novalesa

Con la strada napoleonica le carrozze non devono più essere smontate a Novalesa: per l'economia del territorio è un colpo mortale.

 

Con la Rivoluzione Francese si interrompono i commerci e le strade cadono in rovina. C'è una sostanziosa ripresa nel corso del Primo Consolato e della prima campagna di Napoleone in Italia: per lo più un passaggio di truppe che con il gran numero di militari e bagagli congestiona gli alberghi di Ferrera e Novalesa. Questa è una delle cause che induce Napoleone alla costruzione della grande carozzabile che sale al valico attraverso Susa, Giaglione e Bar.

La Val Cenischia è tagliata fuori e la sua economia ne subisce un colpo mortale. Novalesa, Venaus, Ferrera si oppongono alla nuova via ma senza esito. I Marrons finiscono così con l'adattarsi a impiegarsi prima nei grandi lavori per la nuova strada, in seguito nella sua manutenzione, ma molti emigreranno. I vecchi mezzi verranno sostituiti con la diligenza e, durante l'inverno, con le slitte trainate dai cavalli.

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