La storia del "Cotonificio Vallesusa" dalla fondazione di Wild e Abegg al fallimento targato Felice Riva

Corre lungo un filo di cotone che abbraccia più comuni valsusini la storia del Cotonificio Vallesusa, azienda tessile fondata alla fine del XIX secolo dagli imprenditori svizzeri Emilio Wild e Augusto Abegg, cui sul territorio valsusino sono intitolate numerose vie ed edifici.

Discendenti di facoltose famiglie di finanzieri svizzeri, i due nel 1880 costituirono la società in nome collettivo Wild & Abegg per l'esercizio dell'industria cotoniera. Lo stabilimento si insediò a Borgone, dove anch'essi presero residenza in una villa di fianco al cotonificio, onde poterne controllare meglio lo sviluppo (nella foto sopra al titolo).

La crescita fu rapida: seguirono un nuovo stabilimento a Chianocco nel 1886 e la progettazione, nel 1893 a Torino ad opera dell'ingegnere Cesare Serra, di un nuovo cotonificio tra corso Umbria e via Treviso. L'atttività industriale era favorita dall'utilizzo delle acque dei canali, forza idraulica impiegata per alimentare i macchinari.

Augusto Abegg e le maestranze del Cotonificio di Borgone (in gran parte donne)

Augusto Abegg e le maestranze del Cotonificio di Borgone (in gran parte donne).

 

In pochi anni il cotonificio dei due soci svizzeri, nel frattempo specializzatosi nella produzione di filati sempre più sottili, deteneva con orgoglio il primato di più importante del Piemonte, unitamente all'azienda che un altro svizzero, Napoleone Leumann, aveva insediato a Collegno.

Nel 1906, Wild e Abegg fondarono la società anonima Cotonificio Vallesusa, ma la collaborazione tra i due cessò nel 1913, quando Wild cedette il suo pacchetto azionario al socio. Ad aiutare Augusto Abegg nella conduzione dei vari stabilimenti sopraggiunse a quel punto il fratello maggiore Carlo, che però, essendo al contempo proprietario e direttore di una filatura in Russia, lasciava molto spazio ad Augusto nella gestine delle aziende italiane.

Nel corso della prima guerra mondiale i fratelli Abegg aprirono un nuovo insediamento a Perosa Argentina e acquistarono due filature: una a Pianezza e l'altra a Susa. Dal 1923 la denominazione dell'azienda mutò nuovamente, assumendo questa volta la ragione sociale SA Cotonificio Valle di Susa. Del gruppo facevano capo più stabilimenti, che alla fine degli anni venti comprendevano Torino, Pianezza, Sant’Antonino, Borgone, Bussoleno e Susa.

In essi erano occupati circa 5 mila dipendenti, per la gran parte maestranze femminili, che lavoravano tessuti calicots, cambrics, rasi, tessuti per copertoni, filati di cotone makò pettinati, unici e ritorti. Negli stabilimenti veniva inoltre effettuata la garzatura, un'operazione di finissaggio che rendeva il tessuto ricoperto da un sottile strato di morbida peluria.

Augusto Abegg morì improvvisamente nel novembre 1924 e, pur avendo mantenuto la nazionalità svizzera, dimostrò grande attaccamento a Torino, lasciando in eredità 10 milioni di lire per la costruzione di un padiglione delle Molinette che ancora oggi gli è intitolato. Al suo posto subentrò in società il nipote Werner, figlio di Carlo.

Il Cotonificio di Sant'Antonino.

Il Cotonificio di Sant'Antonino.

 

Nel 1947 le azioni del Cotonificio furono però vendute ad un imprenditore legnanese, Giulio Riva, già proprietario di aziende tessili cotoniere, che morì nel 1959 per alcune complicazioni post-operatorie, lasciando l'azienda in eredità al figlio. Felice Riva detto Felicino, conosciuto anche con l'appellativo di "biondino" o "delfino della finanza", si ritrovò così a soli 25 anni, già orfano da cinque della mamma e privato anche del riferimento paterno, ai vertici di un impero.

Felice amava la bella vita: possedeva un diploma da ragioniere ma preferiva dividersi tra sport, viaggi e belle donne. Erano questi i suoi veri interessi, non certo gli oltre trenta stabilimenti dislocati tra Val di Susa, Canavese e Lombardia, i 18mila dipendenti, i 600mila fusi di filatura, i 15 mila di ritorcitura e le decine di società commerciali e finanziarie controllate e collegate, sia sul suolo italiano che straniero.

Più che per le sue aziende, Felice Riva divenne famoso per le sue operazioni finanziarie ed in borsa, e la sua gestione poco oculata coinvolse l'azienda in speculazioni ad alto rischio. Ad aggravare la situazione arrivò anche una vertenza sindacale avviata nel settembre 1960 dal personale femminile che proseguì per 5 mesi, fino a quando nel febbraio 1961 la firma di un accordo che garantiva un aumento dei salari e l'istituzione del premio aziendale di produttività sembrò aver risolto il problema.

Nel 1963 Riva divenne anche presidente della squadra di calcio del Milan, ruolo che conservò per un paio d'anni, ma nel frattempo, la sua cattiva gestione iniziava ad avere ripecussioni evidenti. Tra il 1964 e il 1965 il gruppo industriale da lui capeggiato entrò in crisi: iniziarono le riduzioni d'orario, i mancati pagamenti dei salari, gli scioperi del personale ed una serie di traversie che portarono, nel 1969, alla dichiarazione di fallimento a causa di un buco di 46 miliardi di lire, una cifra incredibile per quell'epoca.

Felice Riva, al centro, nel periodo della presidenza del Milan.

Felice Riva, al centro, nel periodo della presidenza del Milan.

 

Anche in virtù di una serie di bilanci falsificati, arrivò la condanna penale per bancarotta fraudolenta aggravata e ricorso abusivo al credito, con pena detentiva di 6 anni. Felice Riva fu arrestato la sera del 4 febbraio 1969 all'uscita da una sala cinematografica milanese, ma scontati 20 giorni di carcere fu rilasciato per un vizio di forma del mandato di cattura.

Dopo aver esportato i suo capitali, ne approfittò per ricostruirsi una vita all'estero: passò dalla Francia alla Grecia per fermarsi infine a Beirut. Incarcerato nella cittadina libanese per poco meno di due mesi, continuò la sua vita di lusso, donne ed eccessi.

Separatosi dalla moglie incontrò una nuova compagna, una hostess norvegese che gli diede una quarta figlia, e negli anni '80, quando a Beirut iniziavano a soffiare venti di guerra, rientrò in Italia dal suo esilio dorato in Libano agli inizi degli anni '80. Indulti, amnistie e cittadinanza libanese consentirono a Riva di non essere perseguito dalla giustizia italiana, dopo un processo durato 26 anni che si chiuse con il pagamento di 12 miliardi in favore degli ultimi creditori, rimborsati solo in parte.

Felice si ritirò a vivere in Versilia, dove la sua esistenza si chiuse nel 2017. Morì dopo una lunga malattia, lasciandosi alle spalle un pezzo di storia del panorama industriale valsusino che altri avevano creato e che lui aveva affossato.

Dopo il fallimento, la ristrutturazione aziendale del Cotonificio fu affidata alla società E.T.I. Vallesusa, con forza lavoro di grandi aziende italiane, tra cui anche la Montedison e la sua consociata Montefibre. Ma il tentativo di riportare in auge l'impero tessile non andò a buon fine: a poco a poco gli stabilimenti più vecchi furono chiusi e il Cotonificio Vallesusa smembrato e riconvertito in lavorazioni di altro tipo, anch'esse ad oggi cessate.

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