La storia di Primo Levi, della scrittura di "Se questo è un uomo" e del suo rapporto con la Valle di Susa

Figlio di genitori appartenenti a famiglie di origini ebraiche, Primo Levi ereditò dal padre Cesare, laureato in ingegneria elettrotecnica, grande interesse per la scienza e la letteratura. Pur essendo nato nel capoluogo, Primo era assiduo frequentatore del territorio valligiano, che raggiungeva spesso in bicicletta, in quanto amante della montagna. Gli piaceva salire sopra Condove, arrampicare tra Coazze e Giaveno, inoltrarsi fino a Bardonecchia.

Ma è ad Avigliana, dove trovò lavoro ed incontrò l'amore, che scrisse la sua opera più famosa: "Se questo è un uomo". Un testo divenuto un classico della letteratura mondiale, sorta di memoriale delle terribili esperienze vissute nel campo di sterminio nazista in cui fu deportato.

Primo Levi nacque a Torino il 31 luglio 1919, ed all'età di 15 anni si iscrisse al ginnasio liceo D'Azeglio: fu sui banchi di scuola che strinse importanti amicizie, destinate a durare per tutta la sua esistenza. Risale ai tempi del liceo anche la collaborazione, in veste di redattore, al numero unico del giornale scolastico "D'Azeglio sotto spirito", nel quale pubblicò la sua prima poesia "Voi non sapete studiare", sorta di racconto del suo tentativo di seguire le indicazioni della docente di scienze, dando vita ad un erbario.

Primo Levi giovane

Primo Levi da giovane (Wikipedia)

 

Frequentando il D’Azeglio, Primo Levi  decise di intraprendere una carriera nella chimica e così, ottenuto il diploma, si iscrisse al corso presso la facoltà universitaria di scienze a Torino, dove conseguì la laurea in chimica con lode nel 1941. Il suo percorso di studi, tuttavia, fu piuttosto travagliato. A fine 1938, infatti, in Italia erano entrate in vigore le leggi razziali, che discriminavano pesantemente i cittadini italiani “di razza ebraica”. L’accesso all’università era precluso agli ebrei, a meno che non avessero già intrapreso gli studi. Levi era in regola con gli esami, ma la sua situazione gli creava problemi nel trovare un relatore per la sua tesi.

Inoltre, proprio per la sua condizione, non gli era consentito svolgere ricerca in laboratorio. Nonostante questi impedimenti e la giovane età, ottenne il massimo dei voti: il diploma di laurea, comunque, riportava la precisazione “di razza ebraica”. Risale a quel tempo la malattia del padre, cui fu diagnosticato un tumore. La famiglia necessitava di sostentamento economico e Primo fu assunto, semi-illegalmente, da un’impresa che gli affidò il compito di trovare il sistema per estrarre il nichel dal materiale di risulta di una cava amiantifera.

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L’occupazione non durò a lungo, in quanto nel frattempo – era il 1942 – trovato impiego presso una fabbrica svizzera di medicinali, Primo si trasferì a Milano, dove entrò a far parte del partito d’azione clandestino. Dopo l’armistizio del settembre ‘43 si rifugiò in montagna, divenendo membro di un nucleo partigiano che operava in valle d’Aosta. Il 13 dicembre 1943, la milizia fascista lo arrestò nel villaggio di Amay, ma lui si dichiarò ebreo anziché partigiano e venne condotto nel campo di Fossoli a Carpi, nel modenese.

Insieme ad altri 650 ebrei, il 22 febbraio del 1944, venne stipato su un treno merci diretto ad Auschwitz, in Polonia. Fu detenuto nel campo di Buna-Monowitz (noto come Auschwitz III), fino al 27 gennaio 1945, quando l’Armata Rossa lo liberò. Dei suoi 650 compagni di viaggio, ne sopravvissero soltanto altri 19.  A suo avviso fu proprio la conoscenza elementare del tedesco, insieme alla competenza chimica, a salvargli la vita: verso la fine del 1944, infatti, una commissione di selezione si occupò di reclutare, per la Buna, chimici in grado di produrre gomma sintetica per un colosso chimico tedesco. Gli furono quindi affidati compiti meno faticosi e riuscì anche a contrabbandare materiale che gli permise di procurarsi del cibo.

Poco prima della liberazione del campo, si ammalò di scarlattina. Ricoverato in infermeria, scampò alla marcia di evacuazione da Auschwitz, che decretò la morte di molti prigionieri. Il viaggio di rimpatrio fu lungo ed estenuante e si concluse solo nel mese di ottobre: l’itinerario attraversò la Russia bianca, l’Ucraina, la Romania, l’Ungheria e l’Austria, e sarà raccontato successivamente nel suo libro “La tregua”. Una volta giunto a Torino, Primo si rimise in forze fisicamente, ma l’esperienza vissuto lo segnò profondamente.

 

Primo Levi

Primo Levi, 1960 (Wikipedia)

 

Trovò occupazione come chimico presso la Duco-Montecatini di Avigliana, una fabbrica di vernici. Ma era ossessionato dall’esperienza vissuta e dedicava tutto il suo tempo libero, di sera, alla scrittura. Risale a quei tempi la nascita della sua più importante opera letteraria, Se questo è un uomo, presentata dapprima senza successo alla casa editrice Einaudi e poi pubblicata dall’editore De Silva in 2500 esemplari. La critica lo promosse ma le vendite no, e Levi per un po’ accantonò la scrittura. Nel 1947 sposò Lucia Morpurgo, che lo rese padre di Lisa Lorenza e Renzo.

A dicembre dello stesso anno fu assunto come chimico di laboratorio presso la Siva, piccola azienda di vernici tra Torino e Settimo, di cui divenne in breve direttore. Solo nel 1959, grazie ad una mostra sulla deportazione allestita a Torino, Levi tornò alla ribalta. La sua testimonianza venne valorizzata, e anche “Se questo è un uomo”, nel frattempo ripubblicato da Einaudi nella collana Saggi, iniziò il suo grande successo, dando il via ad una serie di ristampe e traduzioni.

Primo Levi (Medium)

Primo Levi (Medium)

 

Seguiranno “La tregua” (1963), vincitore della prima edizione del Premio Campiello, “La chiave a stella” (1978), vincitore del premio Strega e “Se non ora quando” (1982), che si aggiudicherà sia il premio Viareggio a giugno che il Campiello a settembre dello stesso anno. L’esperienza nel lager troverà spazio ne “I sommersi e i salvati”, datato aprile 1986.

Primo Levi morì a Torino l’11 aprile del 1987, rinvenuto cadavere nella tromba delle scale di casa. Qualcuno ipotizzerà una caduta accidentale, altri il suicidio. Ma se sul decesso rimane l’incognita, resta invece la certezza della grande importanza della sua produzione letteraria, che ha visto gli albori proprio sul nostro territorio, in quel di Avigliana. Dove il cuore di Primo Levi palpitava per la donna che diventò sua moglie, conosciuta in riva al lago, ma anche per i sussulti tumultuosi che lo portarono a scrivere, proprio qui da noi, una delle opere fondamentali del ‘900.

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