L’eccidio di Vaccherezza, sedici giovani vite stroncate sulla montagna di Condove

Il 20 aprile del 1945, pochi giorni prima della Liberazione, la montagna condovese fu teatro di un terribile rastrellamento, che portò alla morte di 16 partigiani della 114a Brigata Garibaldi (in alto una visione prospettica dei luoghi dell'eccidio, disegno di Elio Giuliano integrato da Andrea Mellano). 

Lo ricorda il sacrario posto a Vaccherezza, la cui cerimonia commemorativa viene celebrata ogni anno a fine agosto: la scelta è ricaduta sul mese estivo perché nel giorno dell’anniversario la zona, a 1600 metri di quota, è abitualmente sepolta dalla neve, esattamente come lo era nel 1945. 

L’annuncio dell’attacco e lo scontro a fuoco 

Due erano i presìdi partigiani sulla montagna di Condove e Caprie, la 113ª e la 114ª brigata Garibaldi. Erano nate ufficialmente il 15 novembre del 1944; al comando della prima formazione era Alessio Maffiodo, ai vertici della seconda stavano Carlo Ambrino detto “Negro” e Giuseppe Cugno chiamato “Pino”. 

In quegli anni il  territorio condovese era spesso oggetto di rappresaglie: Gagnor, Bigliasco, Dravugna, la Rocca di Mocchie, Reno Inferiore, Sigliodo, Maffiotto, Muni sono soltanto alcuni nomi di località ove i nazifascisti bruciarono case, effettuarono  arresti, uccisero civili e partigiani. 

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Il 18 aprile 1945 una soffiata di Pietro Bassignana, interprete di tedesco presso le Officine Moncensio (a sua volta informato da un collega interprete al servizio del comando tedesco), annunciò un imminente attacco nazista nella zona tra Caprie e Borgone. 

Bassignana affidò il compito di avvisare i partigiani ad una persona di fiducia e fu sicuro che esso fosse giunto a destinazione nel momento in cui seppe che Maffiodo era sceso a valle con i suoi uomini. 

Vaccherezza

Cugno e Negro, invece, furono scettici circa la veridicità dell’avviso e decisero di lasciare gli uomini in montagna: erano 120 partigiani, organizzati in cinque distaccamenti. La decisione non fu facile: pesò il fatto che i distaccamenti erano distanti e sparpagliati e la volontà di proteggere i civili dalle rappresaglie. In caso di pericolo i gruppi si sarebbero ritirati strategicamente nella zona della Lunella, una montagna di 2.772 metri. 

Alle 3 di mattina del 20 aprile 1945 tre colpi di moschetto annunciarono l’allarme da Mocchie, Maffiotto e dalla Portìa. Ad essi fece seguito il convenzionale scoppio da Rosseno, dove i partigiani controllavano i sentieri per Mollette, Frassinere, Prarotto e Maffiotto. Infine, ecco il colpo dall’Alpe delle Balme, verso la conca di Vaccherezza. 

I tedeschi da Condove erano saliti in montagna e, giunti al bivio in direzione di Lajetto, scesi dai mezzi si erano diretti a piedi verso Pratobotrile, con l’intenzione di sorprendere i partigiani giungendo alle loro spalle. 

I camion proseguirono verso Frassinere, per il collocamento dei mortai puntati in direzione di Prato del Rio e Belvardo; i pochi residenti di Prato del Rio, anziani, donne e bambini, si nascosero nelle stalle e in una vecchia miniera.

Lo spiegamento di forze impiegato nel rastrellamento fu consistente: sulla montagna salirono 5000 uomini, tra tedeschi e alpini della Monterosa. Erano presenti anche numerosi cani lupo, con i quali fu possibile scovare anche alcuni di quelli che avevano cercato riparo in qualche rifugio naturale. 

La 114ª brigata fu accerchiata e stretta in una trappola mortale, ma il grosso della brigata riuscì a sfuggire all’attacco scendendo dalle pendici di Punta Lunella, l’unica zona che era rimasta sguarnita. 

Gli altri combatterono strenuamente, pur consapevoli della loro inferiorità numerica. I morti nella conca di Vaccherezza furono 13, altri tre giovani furono uccisi al Colle della Portìa.  

I corpi martoriati furono ricomposti nella chiesetta di Prato del Rio, nella quale le Officine Moncenisio misero a disposizione dei feretri di fortuna. Dopo quell’eccidio, il Comando militare della resistenza partigiana fu costretto a riorganizzare la brigata, che divenne la 3ª brigata Garibaldi. 

Il sacrario 

Nei luoghi della battaglia la sezione Anpi di Condove-Caprie qualche anno fa ha fatto erigere un sacrario, posto a 1508 metri di altezza. Per raggiungerlo bisogna salire la carrozzabile che conduce a Mocchie e poi dirigersi per la strada verso il Collombardo: una volta giunti al pilone di Belvardo, dal bivio a sinistra ci si dirige verso la pista che le mandrie seguono nella loro salita all’alpeggio. 

Sacrario di Vaccherezza

Eretto tra il  rio Balmosello ed il colle della Portìa, il monumento riporta a perenne memoria i nomi dei 16 caduti: il più anziano aveva 32 anni, il più giovane appena 17. 

Particolarmente struggente la vicenda di un giovane di Chiusa San Michele, Ferruccio Cantore, che perse la vita in totale solitudine. Ferruccio non morì a causa delle ferite riportate nella battaglia, non così gravi, bensì per dissanguamento. A ritrovarlo fu soltanto giorni dopo una giovane donna che era salita a Vaccherezza per cercarlo.  

L’impegno dell’Anpi, del Comune di Condove e di una moltitudine di volontari ha permesso in epoche recenti di risistemare i sentieri e le mulattiere percorsi dai partigiani, facendo sì che la memoria storica di cui sono ricchi questi luoghi venga trasmessa anche alle nuove generazioni.  

Un percorso collega tra loro le sedi delle brigate partigiane, tra alpeggi, piloni e monumenti eretti a ricordo di chi ha perso la vita combattendo per la libertà. 

Lo trovate a questo indirizzo: Giro dei distaccamenti partigiani e percorso sacro dell'eccidio di Vaccherezza; per percorrerlo occorrono 3 ore in salita, il dislivello è di 420 metri. L’itinerario è eventualmente anche percorribile d'inverno, con le ciaspole. 

Condove, sentieri partigiani


Fonti: 

A Vaccherezza, dove la memoria resistente affiora in ogni pietra. Ricostruzione storica di Aurora Tabone, della sezione Anpi Condove-Caprie, pubblicata sul periodico dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia “Patria Indipendente”, da cui sono tratte anche le immagini che corredano l'articolo.

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