Quando, anche in Valle di Susa, si allevavano i bachi da seta

Fino alla metà del '900 anche in Piemonte e nelle nostre valli era presente l'allevamento di bachi da seta, legato indissolubilmente alla coltivazione della pianta del gelso (nella foto bachicoltori a Cavour).

La seta, già nota in occidente durante l'impero romano, viaggiava dalla Cina fino ai paesi mediterranei lungo la via della seta senza che i destinatari finali ne conoscessero l'origine. La conoscenza della bachicoltura arrivò in Europa intorno al 550, secondo la leggenda grazie ad alcuni monaci che portarono all'imperatore Giustiniano le prime uova di baco nascoste nel cavo di alcune canne.

In Italia l’allevamento dei bachi da seta si sviluppò tra il IX ed il X secolo nelle terre dell’impero bizantino, in particolare in Calabria e in Sicilia, e soltanto qualche secolo dopo arrivò anche nel nord Italia ed in Piemonte. Dopo alcuni secoli di grande fortuna, la bachicoltura venne quasi ovunque abbandonata intorno al 1950, a causa dello spopolamento delle campagne e dell'avvento delle fibre sintetiche.

 

Dalla foglia al bozzolo, e poi al filo di seta

Il baco da seta è una larva della falena Bombyx mori, originaria dell'Asia centro-orientale, che si nutre esclusivamente di foglie di gelso.

Le sue uova (chiamate semenza) si schiudono tra la fine di aprile e l'inizio di maggio: i piccoli bachi vengono alimentati con foglie fresche di gelso all’inizio finemente trinciate, poi intere ed infine con tutto il ramo.

I bachi da seta sono molto voraci: per tutta la loro vita mangiano senza sosta, fatta eccezione per 4 momenti di fermo, le cosiddette dormite, in cui avvengono le mute. In circa quattro settimane crescono fino a diventare lunghi 7/8 centimetri, ed intorno al 30° giorno cessano di alimentarsi e si apprestano a filare il bozzolo, che viene portato a termine in 3 o 4 giorni.

Bachi di 21 giorni

Bachi di 21 giorni.

 

Grazie a due ghiandole poste all'interno del corpo il baco trasforma le proteine fogliari in un sottile filamento che espelle attraverso due aperture collocate ai lati della bocca (i seritteri). A contato con l'aria questo filo di bava diventa solido ed il baco, muovendo la testa con un movimento ad otto, lo utilizza per formare il bozzolo. Un lavoro incredibile se si considera che il bozzolo è costituito da un unico filo continuo, disposto in 20/30 strati concentrici, lungo dai 300 ai 900 metri.

Una volta terminato il bozzolo il baco si trasforma in crisalide per poi divenire farfalla (se gliene si lascia la possibilità). L'insetto infatti in questo caso uscirebbe dal bozzolo forandolo, rendendo in tal modo il filo di seta inutilizzabile.

Per impedirlo gli allevatori gettavano i bozzoli in acqua bollente o li ponevano in appositi essiccatoi, causando la morte dell'insetto ma preservando il prezioso filamento. Non tutti i bozzoli subivano però questa sorte: alcuni venivano conservati per consentire alla falena di riprodursi e di deporre le uova.

Falena del baco da seta

Falena adulta.

 

Oggi le specie di bachi da seta esistenti sono frutto di selezioni effettuate dall'uomo, e difficilmente sopravvivono in natura: la falena non vola e non è in grado di cibarsi ed il bruco, decisamente più bianco che in passato, in campo aperto è facile preda degli uccelli insettivori.

Esistono moltissime specie di bachi da seta, ognuna dotata della sua peculiarità a seconda del tipo di seta prodotto, del diametro del filo e del colore del bozzolo. In Oriente questo animale è anche ingrediente di ricette alimentari molto apprezzate.

 

L’allevamento dei bachi da seta

Nei secoli scorsi molte famiglie contadine integravano il loro bilancio allevando i bachi, dai cui bozzoli le filande ricavavano la preziosa seta naturale, utilizzata per il confezionamento di tessuti, intimo, calze, foulard, abiti eleganti, paramenti sacri e, nei primi anni del 900, addirittura paracadute.

In questo periodo i gelsi adornavano i borghi cittadini, offrendo con la loro chioma ampio riparo dal sole. Piantati solitamente ai margini dei fossati contribuivano a proteggerli dall'erosione ed offrivano ottime more, una dolcezza per i bambini dell'epoca, che le gustavano durante le loro scorribande estive.

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Le foglie del gelso venivano utilizzate per alimentare i bachi, per il cui allevamento le famiglie avevano allestito ampie stanze arieggiate e non eccessivamente luminose, all’interno delle quali si costruivano graticci o intelaiature in legno con fondo in canne o tela, sovrapponibili per risparmiare spazio e periodicamente ripuliti per evitare le malattie.

Quando gli animali con un movimento oscillante del capo rivelavano che era giunto il momento per costruire il bozzolo veniva allestito il “bosco”, costituito fascine intrecciate e collocato nei granai o nelle soffitte. Una volta che i bozzoli erano pronti si provvedeva ad avvisare la filanda, che mandava un incaricato di casa in casa a pesarli, a ritirarli ed a provvedere al pagamento.

Un dipinto di Giovanni Segantini raffigura la raccolta dei bozzoli in una famiglia brianzola (1882-83). A destra si osservano i graticci sovrapposti con "il bosco" e i bozzoli

Un dipinto di Giovanni Segantini raffigura la raccolta dei bozzoli in una famiglia brianzola (1882-83). A destra si osservano i graticci sovrapposti ed "il bosco"

 

Dai bozzoli sfarfallati, cioè bucati dall’uscita della farfalla, si ricavava il filaticcio, filato in casa dalle massaie che ne traevano una seta di qualità minore, impiegata per realizzare colletti di pizzo con cui adornare i camicini dei bambini.

Secondo una inchiesta dell’amministrazione sabauda del 1750-1753 i bozzoli dei bachi da seta nell’allora Provincia di Susa erano “un prodotto limitato alla pianura ed al fondovalle (in particolare a Giaveno, Susa ed Avigliana), dove si potevano trovare le “foglie di moroni” cioè dei gelsi. Era un'attività piuttosto redditizia, ed ogni rubbo di “cocchetti”, cioè di bozzoli (circa 9,2 chili), spuntava il prezzo di 20 lire, quanto un carro di vino di bassa qualità.

Le note alla Statistica Generale segnalano inoltre la presenza dei fornelletti da seta, quelli dove si uccide il baco per poter dipanare il bozzolo. La Statistica Generale ne dà 6 a Susa, 67 a Giaveno e 40 a Sangano. La filatura vera e propria era invece fatta nei grandi stabilimenti industriali, dotati degli straordinari mulini da torcitura e ritorcitura che per due secoli hanno fatto la fortuna internazionale del filato di seta piemontese”1.


1 Mario Cavargna Bontosi, La vita e l’immagine di Susa nel Millesettecento, Graffio, Borgone 2014.

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