La risata piemontese: il solletico "alle ali" e quelli che ci “ridono dietro”

Alcuni di più, altri di meno: sebbene con differente intensità il solletico lo soffriamo tutti. Ci sono persone che, se vi sono sottoposte, si producono in sonore e contagiose risate, altre che non fanno una piega: non tutti abbiamo la stessa percezione di fastidio o di stimolazione tattile.

In piemontese, uno dei tanti modi di dire prende a prestito l’azione del solletico per indicare un completo disinteresse. La frase “An gatia gnanca n’ala” (non mi solletica neppure un’ala), significa infatti praticamente “non me ne importa nulla”. La sua origine deriva dall’osservazione degli animali da cortile, galline e tacchini, che quando si liberano dei parassiti sulle ali si muovono come si stessero grattando, senza far trasparire particolare fastidio.

Sappiate che se qualcuno vi risponde in tal modo, sta manifestando il proprio disinteresse per l’argomento, e vi comunica di non venire minimamente toccato dal pettegolezzo o dal parere altrui. Semplicemente, se ne frega.

Vanta gatijesse për rije” (bisogna farsi il solletico per ridere), significa invece che quanto appena ascoltato, ad esempio una barzelletta, non susciti affatto ilarità, tanto che per ridere sia necessario solleticarsi. Qui ci sarebbe da discutere, in quanto non è affatto vero che il solletico autopraticato susciti la risata: perché ciò accada, infatti, dobbiamo essere solleticati da altri. Se non ci credete provate: solleticarsi da soli non induce quasi reazione, perché il cervelletto, responsabile delle sensazioni indotte da determinati movimenti, prevede in anticipo il movimento della nostra mano e blocca la risposta del cervello.

Viceversa, se non vi interessa il solletico ma avete un fastidioso prurito, vi consigliamo invece di provvedere da soli. Altrimenti potrebbe accadere ciò che è contemplato nella frase A fésse graté da j'àutri, a grato mai andova a smangia”, ovverosia “a farsi grattare da altri, non grattano mai dove prude”.

Erminio Macario, simbolo dell'umorismo piemontese

Erminio Macario, simbolo dell'umorismo piemontese

 

Quanto finora affermato non vi induca tuttavia a credere che i piemontesi non siano avvezzi alla risata. Sono tanti, al contrario, i moti di allegria e giovialità contemplati da termini dialettali: “rie sguajà” corrisponde al riso scomposto, talora anche sconcio, così come “un ch’a l’a el rie an bròa” (uno che ha il riso sempre sul bordo) è una persona che ha la risata facile, un ridanciano. “Rije a chërpa-pansa” (a pancia spaccata) è la la similitudine migliore per descrivere risa sbellicate.

Al contrario, iniziate a preoccuparvi se qualcuno vi dice che la gente vi “rije apress” (vi ride dietro). Non significa che siete particolarmente simpatici, bensì che vi stanno irridendo, che sono intenti a farsi beffe di voi. Di cattivo auspicio anche la frase “A j'è poch da rie” (c’è poco da ridere) o “da stè alegher” (da stare allegri), che lascia intendere un periodo poco roseo.

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