Serpenti della Val di Susa, tra leggenda e realtà. La storia del biacco che vegliava la sua compagna

Il serpente non ha mai lasciato indifferente l’uomo: fascino o odio, rispetto e ammirazione o ribrezzo, timore reverenziale o vero e proprio terrore sono, da sempre, associati alla vista o al semplice parlare di tali animali. 

Il loro muoversi scivolando senza sforzo e senza rumore, il loro trovarsi a proprio agio tanto sul terreno che sugli alberi o nell’acqua, il loro comparire e scomparire come fantasmi, la loro pelle, erroneamente creduta viscida e fredda (anche se, in realtà, ha la stessa temperatura dell’ambiente circostante), l’occhio privo di vere e proprie palpebre e quindi il loro sguardo fisso, apparentemente malvagio ed indifferente a tutto, ed infine la presenza, in molti di loro, di un apparato velenifero, li ha sempre posti, nell’immaginario umano, su un piano diverso da quello di altri animali, anche temuti come il leone o la tigre.

Se, nella tradizione cristiana, il serpente ha assunto una connotazione negativa, non è così in molte altre civiltà. In Asia il cobra è sacro a Buddha e, secondo la tradizione, gli fece ombra con il suo cappuccio, per gli Aztechi, in America centrale, era il dio Quetzacoatl, il potente serpente piumato e nell’antica Grecia ed a Roma era sinonimo di sapienza e lo ritroviamo anche nel simbolo dell’arte medica. 

Cobra d'oro

Sull’onda di queste emozioni, è chiaro che leggende e credenze si sprecano in tutto il mondo, ed ovviamente anche tra le popolazioni di montagna. Serpenti crestati, serpi che succhiano il latte delle capre, vipere che ti inseguono facendo la ruota con la coda nella bocca... storie di questo genere si tramandano dalla notte dei tempi. 

Talvolta, anche le leggende più strampalate hanno una spiegazione: prendiamo, ad esempio i serpenti crestati. Nei miei tanti anni d’Africa, avevo un tracciatore, John, che credeva fermamente nell’esistenza dell’Indlondlo, il grande mamba crestato, uno spietato umbulali, un assassino che cerca attivamente esseri umani da mordere, ed avevo ormai  rinunciato a convincerlo che si tratta di una leggenda, sebbene fondata. Si, fondata, perchè io stesso, ne vidi un paio. A volte i vecchi mamba neri, quando fanno la muta, essendo probabilmente la loro pelle meno elastica di quella degli esemplari più giovani, stentano a staccare, pur aiutandosi con sfregamenti contro superfici ruvide, alcuni brandelli della vecchia pelle dalla parte superiore del cranio, ed effettivamente il loro aspetto può giustificare la convinzione di aver avvistato un serpente “cornuto”. Questo può verificarsi anche qui da noi, e comunque, tutti siamo affascinati dalle leggende, e spero di non annoiare se racconto un fatto di tanti anni fa. 

Dalla mia baita, sulle pendici del Rocciamelone, ero salito al Tuas Venezia in cerca di galli forcelli. Dopo aver raggiunto la cresta ero disceso per gli ampi pascoli del Tour, sul versante meridionale, quando incontrai un pastore. Lo conoscevo di vista, e, dal cenno di saluto che mi fece, capii che anche lui avrebbe scambiato volentieri quattro chiacchiere, così mi sfilai lo zaino e mi sedetti sull’erba. Mentre giocherellavo con l’arruffatissimo cane pastore, che sembrava un incrocio tra un hippie ed un clochard, di incerta discendenza, il pastore mi fulminò con una frase che mi lasciò a dir poco allibito: “Ho visto che andava verso il costone. Beh, dia retta, non ci vada, è pericoloso!” 

“Oh bella - pensai - e perché?

Il pastore borbottò: “Con tutte ste brutte bestie, è proprio un posto da non andarci!” 

“Ma scusi - sbottai alla fine - di che bestie parla?” 

“Serpi! Maledette serpi! Ne ho ammazzata una stamattina, là, in mezzo a quei ginepri. E aveva le uova, la maledetta! Ma ho schiacciato anche quelle, stia sicuro, non andranno in giro a mordere nessuno, né a succhiare il latte dalle bestie… Ste bestiacce stanno invadendo la zona”. 

Escludendo l’ipotesi che fosse una vipera, dato che la vipera, come dice il nome, è vivipara, e mette al mondo i piccoli vivi, doveva trattarsi per forza di un colubride. 

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Sarà strano, ma a me i serpenti sono simpatici! Fin da piccolo mi hanno appassionato gli animali: ho divorato libri, osservato, cacciato, collezionato animali di ogni genere, ma i serpenti mi hanno sempre letteralmente affascinato. 

Da bambino mi facevo raccontare storie raccapriccianti di serpenti da nonna Vittoria, storie che finivano invariabilmente con il cacciatore che sterminava il malcapitato rettile, e la mimica inevitabile dello sparare, era un ratatatata, accompagnato dal gesto di girare una manovella, tipo mitragliatrice Gatling, chissà perché…  

La nonna, poverina, rabbrividiva, mentre me le raccontava, pur subendone il fascino. Lei con i serpenti aveva un travagliato rapporto di amore-odio, io no: il mio era proprio un amore senza compromessi. Da ragazzo ho sempre catturato le vipere vive, con le mani, e le portavo ai centri di raccolta (dove rimediavo qualche soldino per le spese). Ma torniamo ai fatti. 

Dopo una lunga discussione, in cui il pastore accusava tutte le serpi di veneficio, di succhiare a sbafo il latte del bestiame, ed io sostenevo una commovente arringa in difesa della classe dei rettili, visto che ognuno rimaneva fermo come un macigno sulle proprie posizioni, ci trovammo d’accordo sullo scolarci la borraccia di Dolcetto che avevo nello zaino, dopodiché ci separammo da buoni amici. 

Era pomeriggio inoltrato, e avrei dovuto iniziare la discesa, ma la la curiosità mi spinse a cercare il luogo dove il pastore aveva ucciso il serpente, per vedere di che animale si trattava. Mi inoltrai in mezzo ai cespugli di ginepro, che in quel punto del costone, esposto a sud, crescono fitti, e, d’improvviso, in un passaggio sgombro, largo un paio di metri, mi fermai di colpo. Davanti a me, in mezzo al sentiero, elegantemente attorcigliato, la piccola testa sollevata, il collo inarcato a S e la bocca spalancata in atteggiamento di minaccia, come la perfetta copia in miniatura di un cobra reale, a guardia di un sentiero della giungla, stava un bellissimo serpente. Il giallo vivo delle parti ventrali creava uno stupendo contrasto con il verde oliva macchiato di scuro del dorso, e la lingua bifida vibrava veloce dentro e fuori dalla bocca. 

Biacco

Dai colori riconobbi subito il biacco, detto anche milordo, proprio per l’elegante livrea. Poteva essere lungo un buon metro. Si tratta di un colubride abbastanza comune, assolutamente innocuo, ma vivace, e ben più battagliero della timida vipera, che, pur essendo velenosa, è molto schiva e preferisce svignarsela elegantemente all’inglese. Sapevo, per esperienza diretta, che quando si tenta di catturarlo, o lo si disturba, reagisce violentemente, mordendo ripetutamente, anche se l’unico danno che ne risulta sono superficiali ferite, ma questo esagerava davvero; fermo, in mezzo al passaggio, seguiva attento ogni mio movimento, ondeggiando con la testa. 

Mi avvicinai, e gli posi davanti la punta della piccozza: subito scattò in avanti come una piccola furia, addentando ripetutamente il puntale di acciaio, e ritornò come una molla nella posizione di partenza. “Oh bella – pensai - deve avere per zio un mamba africano, per comportarsi così”

Ero incuriosito e affascinato da questo piccolo tiranno, che non avrebbe sfigurato in un libro di Salgari. “Faresti fortuna come attore”, pensai, e tentai di passare di lato. Macchè. L’animale ripetè la manovra minacciosa di prima; lo stesso affondo ed il ritorno nella posizione di allerta. Adesso ero decisamente incuriosito, anche perché volevo arrivare più avanti, dove il pastore aveva ucciso l’altro rettile; volevo vedere se veramente quella zona era così ricca di serpenti, quell’anno, dato che l’anno precedente non ne avevo visto nessuno. 

Il biacco pareva ben deciso a non farmi passare, né accennava a fuggire, così mi infilai nei ginepri, e passai oltre, curioso di vedere se al ritorno sarebbe stato ancora lì (il suo era un comportamento molto insolito). Percorsi pochi metri, in uno spiazzo trovai il rettile di cui mi aveva parlato il montanaro: era una grossa femmina di biacco, malamente schiacciata e conciata dalle bastonate, e vicino, alla base di un tronco secco di ginepro, stavano le sue uova schiacciate.

Non tornai indietro a vedere se il biacco era ancora al suo posto, forse perché avevo paura di non trovarlo più. E solo una coincidenza, lo so bene, ma ancora mi piacciono le favole e preferisco credere che il biacco sia ancora là, battagliero e fedele, come un antico drago delle favole medioevali, a custodire il corpo della sua compagna.

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