La biblioteca e lo scriptorium di Novalesa, centri medioevali di cultura e sapere

Il 30 gennaio 726 il patrizio Abbone, uno degli uomini più potenti della Gallia, Rector della Maurienne e di Susa, molto vicino alla dinastia dei Carolingi, fonda su una sua proprietà, con il consenso del Papa e dei grandi chierici e laici della regione, il Monastero della Novalesa.

Nomina Abate Godone e tredici anni dopo li dota di un vero e proprio patrimonio: il 5 maggio 739 lascia loro tutti i suoi beni, fatta eccezione per alcuni lasciti alle chiese di Saint-Jean de Maurienne e a singole persone. È un patrimonio immenso che si disperde su 34.500 chilometri quadrati, tra Lione, le Alpi e il mare, fatto di decine di quelle che oggi definiremo aziende agricole, le curte,s e di tanti villaggi.

La pergamena dell’atto di fondazione e il testamento non sono presenti in Abbazia ma sono i documenti più antichi conservati all’Archivio di Stato di Torino.

Tra l’VIII e il IX secolo Novalesa diventa un monastero regio. L’Abate Frodoino, nominato il 10 febbraio 773, regge l’Abbazia in uno dei periodi di maggiore splendore, sotto il personale favore di Carlo Magno: procura ulteriore fama e potenza, ingrandisce e abbellisce gli edifici, ma soprattutto dà impulso agli studi sacri e alle lettere. L’Abbazia diventa uno dei centri spirituali e culturali più importanti dell’epoca.

Abbazia di Novalesa (Alexia Panizza)

Abbazia di Novalesa (Alexia Panizza).

 

Lo Scriptorium in cui si organizza e si esegue l’opera di trascrizione dei Codici è senz’altro pieno di amanuensi: vi è prescritto il silenzio e possono accedervi solo i superiori, il bibliotecario e i copisti. Ore e ore seduti, gli occhi che si consumano alla luce delle candele, nonostante le numerose finestre che solitamente rischiarano questo tipo di locale, il corpo che si intossica per l’uso di inchiostri e colori spesso velenosi.

L’attività comprende tutte le fasi della lavorazione del libro, dalla preparazione della pergamena allo scrivere ed alla realizzazione di eventuali miniature con cui si arricchiscono i testi. L’inchiostro si ricava dal nero fumo derivante dalla cenere, dal metallo, dai solventi, dalla gomma e dalla noce di galla che è prodotta dalla puntura di alcuni insetti sul tronco, sulle foglie e sulle radici di certe piante.

Copiare un codice è spesso un lavoro di squadra: il primo ad intervenire traccia le righe sulla pergamena: sottilissime ma evidenti con punte di inchiostro marrone o con lo stilus e lasciando l’eventuale spazio per la miniatura. Ora si può scrivere e poi se necessario miniare o illustrare: chi se ne occupa spesso non è colui che scrive, ma un monaco specializzato.

I Monaci oltre agli scritti religiosi copiano, su leggii con piani inclinati, anche testi profani diventando fondamentali nel tramandare conoscenza e uso della lingua di Cicerone.

Accanto alla scriptorium, come d’uso all’epoca, si trova sicuramente la Biblioteca, citata anche da Umberto Eco nel suo famosissimo romanzo, “Il nome della Rosa”, come dotata di una ricchissima collezione di manoscritti.

Nel 906 giungono dalla Provenza i Saraceni: i Monaci fuggono e si stabiliscono a Torino, nella chiesa di Sant’Andrea e Clemente nei pressi della Porta Segusina, dove sorge l’attuale Consolata. In seguito grazie al Marchese Adalberto, padre di Berengario II futuro Re d’Italia, nei dintorni di Pavia: nell’Abbazia di San Pietro a Breme, in Lomellina, dove la Comunità prospera per il persistente appoggio regio.

Portano con sé a Torino quanto più possono dei preziosi arredi: vasi, calici, candelabri, stole e altri paramenti, ma soprattutto quanti più testi possibili dello scriptorium e della ricca biblioteca. Il resto viene nascosto nelle vicinanze e nelle cavità degli altari.

Poco dopo l’anno mille, cessato il pericolo, i Monaci fanno ritorno a Novalesa. Ora però sono un Priorato dipendente dalla Lomellina e i Marchesi non sono più i loro protettori ma ricchissimi concorrenti, che a Susa, nel frattempo, hanno fondato San Giusto donandogli uomini e terreni in abbondanza: è il Monastero di famiglia e vi esercitano un controllo diretto.

Regola Benedettina di Breme, conservata a Novalesa (Claudio Rosa)

Regola Benedettina di Breme, conservata a Novalesa (Claudio Rosa).

 

Novalesa dispone del testamento originario di Abbone: la sua autenticità non può essere messa in dubbio ma i monaci ritengono che un documento privato non sia abbastanza prestigioso e nel riaperto Scriptorium producono un falso diploma di Carlo Magno: confermano testamento e donazioni senza aggiungere null’altro, semplicemente danno solennità all’atto di un nobile trasformandolo in quello dell’Imperatore allora più noto e celebrato.

In quei decenni dunque lo Scrittorio lavora appieno nel ricostruire e riorganizzare l’archivio interno per il recupero e la difesa degli interessi abbaziali. A questa attività è da collegare anche il testo tutt’ora più noto, il Chronicon Novalicense: narra le vicende del Monastero dal 726 al 1050 circa ed è conservato presso l’Archivio di Stato di Torino.

Il Cronista è anonimo, e la sua conoscenza dell’archivio fa pensare che sia proprio uno dei monaci incaricati del lavoro documentario: copiatura, integrazione e, in alcuni casi come si è detto, falsificazione dei vecchi documenti non dispersi.

Il suo racconto vuole prima di tutto celebrare l’antica grandezza del Monastero, la sua fondazione nella Gallia Merovingia e soprattutto il suo rapporto speciale con Carlo Magno che è una figura centrale nella narrazione: esaltando l’Imperatore esalta il proprio Monastero. La fuga dei Monaci di fronte ai saraceni è presentata come una debolezza dell’allora Abate Domniverto: ha causato la dispersione dei beni e della Biblioteca che hanno portato alla dissoluzione del potere di Novalesa sulla Valle Susa.

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Sicuramente nei trasferimenti a Torino gran parte dei testi sono andati dispersi: Giovanni Battista Semeria, nel 1840, nella sua “Storia della chiesa metropolitana di Torino” sostiene che in parte siano andati bruciati e in parte, 500 volumi, imprestati o impegnati a Ricolfo, Preposto della Cattedrale torinese che, con questi, inizia l’allestimento della Biblioteca di San Salvatore.

Il rapporto difficile e conflittuale con gli Arduinici evolve positivamente nella seconda metà del secolo XI grazie alla Contessa Adelaide ormai sposa di Oddone di Maurienne, da cui prenderà il via la dinastia dei Savoia. L’uomo esponente di quell’aristocrazia d’Oltralpe, da sempre legata a Novalesa, orienta la politica di Adelaide: la donna garantisce protezione al Monastero che può tornare ad essere protagonista.

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Si intensifica anche l’attività dello scriptorium e si acquisiscono nuovi codici. Al 1150 è datato il Codice della Regola Benedettina di Breme, opera dello scrittorio novalicense: è il manoscritto più antico presente ora nella biblioteca dell’Abbazia.

Del 1298-99 è poi un Antifonario, una raccolta di antifone, i canti per “l’officium chori”: prima di questi testi le melodie si tramandavano a memoria e i fogli che il cantore teneva in mano riportavano soltanto i testi e non la musica.

Antifonario del 1298-99 (Claudio Rosa)

Antifonario del 1298-99 (Claudio Rosa).

 

Il manoscritto proviene non dallo studio interno ma da Besançon, probabilmente una copia di un testo più antico. È oggi ancora presente alla Novalesa.

Dalla metà del secolo XIII però lo scriptorium subisce la progressiva concorrenza delle botteghe di scrittura laiche e ormai attive nelle città, ma perderà definitivamente la sua funzione solo con l’invenzione della stampa da parte di Johann Gutemberg fra il 1453-55.

Nel 1300 il Monastero si lega a San Giusto: sceglie all’interno della comunità segusina i propri Abati che Breme continua a limitarsi a ratificare. A suggello del distacco sempre più netto dalla casa madre e del legame crescente con la società valsusina, il lungo Priorato di Vincenzo Aschieri, della famiglia feudataria di Giaglione, dal 1398 al 1451.

Presente al Monastero, databile a questo periodo e forse qui scritta, una pergamena bastarda: la scrittura bastarda o carattere bastardo, nello scrivere, ma anche nella stampa è un carattere inclinato a destra, che unisce elementi del rotondo e dell’inglese . Questo modo di scrivere ha un notevole successo proprio nel XIV secolo.

Pergamena bastarda e Antifonario (Claudio Rosa)

Pergamena bastarda e Antifonario (Claudio Rosa).


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La biblioteca e lo scriptorium di Novalesa, centri medioevali di cultura e sapere (di Franca Nemo)

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