Parte da Almese la rinascita del Baratuciat: un vino che "presto diventerà famoso"

Capita sempre più frequentemente di sentir parlare del Baratuciàt, un vino ottenuto da un vitigno autoctono del nostro territorio, recentemente riscoperto, che sempre più spesso conquista prestigiosi riconoscimenti in Italia e all'estero. Ma qual è la sua storia? E quali le sue caratteristiche?

Si pensa che il nome derivi dal popolare Berla du chat, espressione piemontese volta ad indicare la forma allungata degli acini, associabile agli escrementi di gatto (ciàt nel dialetto locale), ma si ricordano anche altre varianti del nome come "Bertacuciàt" o "Berlu'd ciàt". Alcune fonti riportano la presenza di un bianco “grignolerium” dal sapore aromatico nei territori di Almese e di San Mauro nella prima metà del XIV secolo.

Viene menzionato per la prima volta nel Bollettino Ampelografico del 1877, periodo in cui è coltivato nei territori di Almese, Villar Dora, Rubiana, Rosta, Buttigliera e sulle colline di Rivoli e Villarbasse, essenzialmente coltivato come uva da tavola. Si trattava di una ventina di ettari coltivati ma, come accadde anche per altri vitigni piemontesi, le sue tracce si persero in seguito alla diffusione della fillossera, intorno al 1928. 

Vigne di Baratuciàt

Vigne di Baratuciàt

 

La riscoperta si deve all’almesino Giorgio Falca, in modo curioso e casuale: nel 1991, prima di abbattere un’antica vigna a pergola di famiglia che ombreggiava la casa, ne mise da parte alcune marze che affidò ad un vivaista per l'innesto su vite americana (per evitare la ricomparsa della fillossera). Le marze furono messe a dimora e successivamente vinificate (anche se con la stessa procedura del vino rosso) avviando così una piccola produzione destinata al consumo durante i pasti in famiglia ed a quelli dell’allora neonata Associazione delle “Siule pien-e” di Almese, che si stava impegnando nella creazione di una Fiera dedicata a questo piatto tipico della tradizione locale.

Il vino riscosse un notevole apprezzamento, e Falca decise così di impiantare settecento barbatelle e di affidarsi per la loro coltivazione alle indicazioni della Facoltà di Agraria di Torino (i cui docenti Giuseppe Zeppa e Luca Rolle sono di casa ad Almese), e successivamente al C.N.R. per le opportune sperimentazioni. Per la parte relativa alla vinificazione venne coinvolto l'Istituto Bonafous di Chieri, per trovare il giusto equilibrio.

Si sperimentò un processo di "vinificazione in bianco", che avviene cioè senza la macerazione delle bucce ed è abbastanza critico, in quanto occorre assolutamente evitare fenomeni di ossidazione dovuti al contatto con l'aria e porre grande attenzione alla temperatura, che deve essere fresca e costante.

Bosio e Falca

Giuliano Bosio e Giorgio Falca

 

Le indagini di CNR ed Università confermarono che si trattava proprio dell’autoctono Baratuciàt, e la tracciatura del DNA stabilì che non aveva alcuna parentela con gli altri vitigni italiani. Iniziò allora il suo rilancio, celebrato anche da Paolo Massobrio, che su La Stampa lo descrisse così: “Ora, da assaggiatore, posso dire che sono rimasto spiazzato… In bocca è rotondo, pieno, dal sorso setoso ed elegante, con un finale amarognolo caratteristico. E c’è da scommetterci che presto diventerà famoso”.

Sono proprio queste le peculiarità che rendono così interessante il Baratuciàt: dal caratteristico colore giallo paglierino, si presenta nel primo anno con delicati ed eleganti profumi di fiori bianchi; nel periodo medio si arricchisce di note minerali e di frutta e quando matura assume un profumo intenso con note di ananas e mela verde.

Fu quella di Giuliano Bosio, nel 2007, la prima azienda agricola ad impiantare il Baratuciàt. "Ne rimasi folgorato", racconta Giuliano, che ne mise a dimora i primi 3500 metri quadrati sulla collina di Almese, dietro la Chiesa Vecchia e in borgata Magnetto, successivamente occupandosi anche dei vigneti di Falca dopo la sua prematura scomparsa.

Ad oggi Giuliano Bosio produce 4000 bottiglie di Baratuciàt: denominato Gesa Veja ha recentemente vinto numerosi premi, tra cui per due anni consecutivi, 2018 e 2019, la medaglia d’argento al Decanter World Wine Awards di Londra e le quattro stelle tra i “Vini da non perdere” assegnate dalla guida del Touring Club "Vini Buoni d’Italia" nel 2019 e nel 2020.

Vigne di Baratuciat a Rivera, con la torre di San Mauro (Paolo Manenti)

Vigne di Baratuciat a Rivera. Sullo sfondo la torre di San Mauro (Paolo Manenti)

 

In Valle di Susa i produttori sono una dozzina, per tre ettari di superficie. Cascina Ranverso a Buttigliera Alta, ha messo a dimora un vigneto di circa un ettaro proprio nei pressi dell'Abbazia di sant'Antonio di Ranverso. Il baratuciàt, vinificato in purezza, è denominato “6 Settembre” in onore della prima vendemmia, avvenuta nel 2018

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All’Azienda Agricola 'l Garbin della Maddalena di Chiomonte ne sono state impiantate tre vigne: vinificato in purezza nella cantina di proprietà, il vino porta il nome Madlena. Nella zona di Almese ci sono inoltre le vigne delle aziende agricole La Beccaccia di Villar Dora e CJB di Sant'Ambrogio, mentre sulla collina morenica di Rivoli/Avigliana la coltivazione è ripresa grazie ad alcune barbatelle fornite da Falca all'azienda Preverche ha messo in commercio il Baratuciàt biologico "Le Spose"

Uve baratuciat

Ma il successo del Baratuciàt non si è fermato alla Valle di Susa: in Monferrato gli ettari destinati al Baratuciàt sono già sei, ed altre aziende agricole stanno iniziando la sperimentazione di questo vigneto. Qui la coltivazione è stata introdotta da Enrico Druetto, appassionato viticoltore che nel 2008 concluse un accordo con Falca per sperimentare vari portainnesti, con l'intesa che metà delle barbatelle prodotte venissero restituite per nuove vigne ad Almese.

La diversità climatica ed il terreno calcareo del Monferrato fanno scaturire un vino diverso da quello valsusino, meno fresco ma più corposo e strutturato, che raggiunge i 14 gradi contro i 13-13,5 della Valle di Susa.

La concorrenza nei prossimi anni potrebbe farsi sentire, ed uno degli strumenti per contrastarla sarà certamente il riconoscimento D.O.C. del Baratuciàt valsusino, previsto per la primavera 2019. Purtroppo però il disciplinare prevede ancora che le uve debbano essere vinificate nella zona di produzione, vincolo che potrebbe impedire ad alcuni produttori di utilizzare questo importante marchio.


Per ulteriori approfondimenti: Valter Giuliano e Giuliano Bosio, "Baratuciàt, la Valle di Susa ritrova un bianco D.O.C.", in Segusium, Anno LV - Vol. 56 (2018) - pp.163-184. 

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