La storia del vino in Valle di Susa/1: dai Celti al 1700

Il paesaggio della Valle di Susa, lungo il versante orografico sinistro, è caratterizzato dalla presenza di vigneti che si estendono dai 700 fino ai 1.100 metri di quota: sono tra le vigne più alte d’Europa.

In passato, soprattutto nell’Alta Valle della Dora, avevano assunto una portata rilevante, con intere pendici vitate, impiantate in molti casi su piccoli terrazzamenti sostenuti da muretti a secco, realizzati con rara perizia. A causa delle mutate condizioni socio-economiche molti sono poi stati abbandonati già a partire dal secondo dopoguerra e solo negli ultimi decenni, grazie al supporto di Enti ed Istituzioni e soprattutto alla caparbietà e volontà di alcuni viticoltori, si è assistito ad un graduale ritorno della viticoltura.
 

La storia

Le origini della viticoltura sono antichissime e affondano le proprie radici nelle regioni comprese fra l’Asia Minore e il bacino del Mediterraneo. La Vitis vinifera, allo stato selvatico si diffonde ben prima della comparsa umana sula terra, e le pregevoli caratteristiche della pianta poi hanno portato l’uomo a coltivarla già parecchi secoli prima dell’avvento dell’era cristiana. Gli studiosi ipotizzano i Semiti essere i primi veri viticoltori della storia, benché l’invenzione del vino si faccia comunemente risalire al personaggio biblico di Noè.

La storia della viticoltura in Piemonte ricalca da vicino quella più generale della penisola. In Valle di Susa sono, con tutta probabilità, le popolazione celtiche a introdurre la coltivazione della vite, a loro già nota per l’uva da tavola: seppure in mancanza di testimonianze scritte si ritiene che questa coltura abbia fatto la sua comparsa, sul versante orografico sinistro e nella pianura intorno a Susa, a partire dal II secolo A.C.

Quando arrivano i Romani dunque già trovano in valle il frutto tanto amato da Bacco. La conquista di un territorio sottopone i terreni tolti ai vinti al regime dell’ager publicus: terreno dello stato. La terra destinata alla coltivazione viene centuriata.

La prima suddivisione fondiaria, fuori Torino, è orientata proprio verso ovest, in direzione della Valle per garantire la sicurezza sulla strada delle Gallie, sulla cui importanza commerciale, già in quei tempi, non sussistono dubbi.

Le vigne e il Rocciamelone

Le vigne e il Rocciamelone.

 

Vengono introdotte alcune tecniche razionali di coltivazione della vite, come sorreggerla con pali di legno o di pietra e farla ramificare su piante od arbusti: sistema conosciuto come piantata o arbustum Gallicum. Nei secoli successivi la produzione dell’uva e del vino diventano in Valle oggetto di tutela ed incentivazione anche da parte dei Comuni. Molte leggi Longobarde e Franche sono volte alla loro difesa ed incremento.

Il primo documento scritto in cui si parla di vigne valsusine è del 739: il Testamento di Abbone, fondatore dell’Abbazia di Novalesa, che lascia in eredità al Monastero, con gli altri suoi beni, numerose località con vigne annesse identificabili in alcuni comuni dell’Alta Dora, come Chiomonte ed Exilles, poi in Giaglione e in parte del circondario di Susa. Nella foto sopra al titolo vediamo Eldrado, che governò l'abbazia fino al 840, intento alla coltivazione (Novalesa, Cappella di Sant'Eldrado, sec. XI).

Tra l’XI e il XIV secolo molte vigne sono date in pegno dall’aristocrazia laica agli enti religiosi, in cambio di denaro contante da spendere per incrementare il proprio prestigio e per propiziarsi i favori della Chiesa.

In questi anni esistono normative a difesa di ogni coltura, ma quelle relative ai vigneti sono severissime: in caso di ruberia si applica la berlina, esposizione del soggetto in piazza del mercato al pubblico ludibrio, con relativa fustigazione.

Il colpevole deve poi risarcire il danno: in comunità rurali, dove la disponibilità monetaria è modesta, l’estinzione di questa pena è gravosa e spesso dà luogo alla insolvibilità, determinando l’aumento delle pene corporali sostitutive, come la fustigazione ma anche il taglio della mano destra, l’amputazione di un piede, addirittura l’impiccagione, oppure l’interdizione, la condanna all’esilio perpetuo e la confisca totale dei beni.

In questi anni anche San Giusto di Susa è un importante produttore di vino: i vigneti sono localizzati soprattutto nella Castellania di Caprie e in quella di San Mauro di Almese. Nel XIII secolo l’Abbazia acquista parecchie vigne da Sant’Antonio di Ranverso e dai Certosini di Montebenedetto, ed altre sono locate a Villar Focchiardo, San Giorio e Chiomonte.

All’inizio del 1200 la vite risulta diffusa in tutta la valle, da Exilles a Sant’Antonino, fino a Caprie: non vi è una netta preferenza di versanti, anche se la zona pianeggiante tra Susa e Bussoleno sembra favorita.

Terrazzamenti a Ramat

Terrazzamenti a Ramat.

 

Fra il 1272 e il 1379 si ha notizia di diverse tempeste che colpiscono duramente messi e vigne. Siccità, insistente piovosità fuori stagione, rigide temperature invernali senza nevicate, quindi causa di gelate, fanno il resto: la viticoltura è colpita da una crisi profonda. Crisi che interessa tutto il XIV secolo: dopo un periodo di bassi costi e buona produzione, che ha caratterizzato tutti gli anni del 1200, si assiste ad un aumento delle spese e a un mancato incremento dei prezzi.

Il libro delle Ricognizioni dei beni feudali del 1580, conservato nell’Archivio Comunale di Bruzolo, testimonia che nel corso del 1400 e nei primi decenni del 1500 la grandissima parte dei terreni che circondano l’abitato è tenuta ad alteno: filari e pergolati alti sostenuti da pilastri in muratura, con ampi interfilari che possono essere utilizzati come arativo, dove si semina la segala, l’avena e in maggior quantità frumento.

Situazione analoga si deve verificare probabilmente in tutta la fascia tra i 500 e i 900 metri del versante destro orografico della Valle, tra Caprie e Mompantero: ancora oggi il paesaggio agrario è fortemente caratterizzato da questa coltivazione, nella maggior parte dei casi abbandonata.

Tra il 1526 e 1533 Colombano Romean realizza una galleria lunga 500 metri, il “Pertus” che, forando la montagna tra i 2.020 e i 2.050 metri d’altitudine, consente di portare l’acqua per l’irrigazione delle vigne di Cels e della Ramats, oggi frazione di Chiomonte.

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Nel XVI secolo la viti-vinicoltura inizia a rifiorire un po’ dappertutto e trova una buona diffusione in media Valle. Lo sviluppo continuerà nei secoli successivi.

A causa delle guerre e dei passaggi di truppe che interessano per lo più il fondovalle, dal 1500 al 1700, la popolazione si insedia nelle fasce di mezza montagna della bassa valle dove sorgono gradinate di campi e vigne.

Nel 1702 il Re delega l’Avvocato Giovanni Gaspare Aghemio di Torino a stendere le “misure generali del Piemonte”. Il 10 Agosto questi è a Susa e in compagnia dei Sindaci, Giuseppe Andrea Rana e Giovanni Giorgio Bonifacio, inizia la ricognizione per ricavare il Libro della misura generale di tutto il finaggio della città di Susa. I contadini sono chiamati a rilasciare quelle che oggi definiremo “interviste sul campo”: sotto giuramento individuano sul territorio le località e denunciano le qualità colturali e le rese dei fondi da loro coltivati, molti dei quali citano la vite

Vigne a Susa

Vigne a Susa.

 

A partire dal 1750 si assiste a un grande sviluppo della vigna: Susa ha 204 ettari piantati a ceppo, superficie più estesa di quella di qualsiasi altra coltura; a Giaglione gli ettari sono 116, a Chiomonte 100. Qui le famiglie più in vista della Valle di Oulx, come i Paleologo, gli Agnes e i Des Ambrois vi hanno vigne, castagneti e case. La vita mondana, durante la vendemmia è molto intensa e spesso si stringono matrimoni fra i rampolli delle nobili casate.

L’interesse per la vite è alto anche da parte del governo sabaudo e dei suoi rappresentanti: molti articoli dei Bandi e Regolamenti campestri della comunità di Chiomonte, sono dedicati alla gestione della vigna. Nel 1765 l’Intendente di Susa, il Conte Bertola di Gambarana, presenta le sue rimostranze contro il divieto, emesso dal prefetto Ferrero, di vendemmiare prima del 12 ottobre, a causa del ritardo della stagione. Il nobile sostiene la libertà dei contadini di raccogliere i frutti quando lo ritengono opportuno.

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Continua al leggere sul sito Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti (Franca Nemo, Claudio Rosa).

 

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